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Francesco De Nicola, GLI SCRITTORI E L’EMIGRAZIONE, Ghenomena, Formia, 2008.

Raffaele Pellecchia

Si devono riconoscere, in premessa, molti meriti a quest’ultimo studio di Francesco De Nicola; a cominciare da quello preliminare della scelta e della definizione dell’argomento, che viene a colmare un vuoto per certi aspetti ingiustificabile nel panorama critico della letteratura italiana, soprattutto in considerazione della straordinaria imponenza storico-sociale che il fenomeno dell’emigrazione ha avuto a partire dall’Unità d’Italia, sino ai primi anni ’60 del XX secolo. In realtà, il problema di omissione (con le lodevoli eccezioni ad opera di S. Martelli e di F. Pastorino) non riguarda solo la critica, ma, come opportunamente sottolinea De Nicola, investe direttamente la responsabilità degli scrittori che raramente, con tagli parziali e con esiti non sempre convincenti, hanno opzionato la materia dell’emigrazione per le loro opere. Le ragioni addotte sono molteplici: dalla ipotizzabile resistenza dei lettori verso una tematica che avrebbe riproposto una storia di umiliazioni e di sofferenza che si preferiva in qualche modo rimuovere, alla difficoltà di rendere letterariamente eventi facilmente inclini verso la retorica e l’ideologismo. Ma a queste motivazioni De Nicola ne aggiunge un’altra che punta il dito accusatore su un difetto costituzionale degli scrittori italiani, per lo più renitenti alla trattazione “delle problematiche collettive, risultando in genere essi più versati nell’affrontare i problemi – spesso soprattutto interiori- dell’individuo, pur costruendo protagonisti e personaggi credibili, piuttosto che quelli della società, come dimostrano, ad esempio, i limiti della produzione neorealista su quel grande fenomeno popolare nazionale che fu la Resistenza”. La controprova è data dal fatto che quando il trauma dell’emigrazione ha cessato di essere “un doloroso fenomeno di massa” (in particolare a partire dagli ultimi due decenni del ‘900), ed è stato osservato e rivisitato col filtro di una distanziata prospettiva temporale, allora esso ha potuto essere recuperato anche in una chiave più propriamente letteraria, alimentando un filone narrativo denso di opere e di risultati, al di là della centralità o della marginalità del tema. E’ il caso del Tempo di Peter (1981) di Salvatore Mignano, della Conchiglia di Anataj (1983) di Carlo Sgorlon, del Pacco dall’America (1984) e dei Quattro camminanti (1991) di Rodolfo Di Biasio, di Vento largo (1991) e Attesa sul mare (1994) di Francesco Biamonti, di Un altro mare (1991) di Claudio Magris, lungo un elenco di scrittori che comprende, tra gli altri, Luigi Meneghello, Carmine Abate, Maria Luisa Magagnoli, Laura Pariani, Marcella Olschki e Melania Mazzucco. Si tratta di opere e di autori che De Nicola passa in rassegna cogliendone con rapidi e sicuri tratti gli aspetti più peculiari e significativi con riferimento alla tematica che dà titolo al suo studio. Un altro fondamentale merito del volume è dato dalla sua rigorosa sistematicità, offrendo una rassegna esaustiva e, nel contempo, agile della produzione letteraria direttamente ispirata all’argomento selezionato, non senza una lucida ed essenziale ricognizione storica del fenomeno. L’analisi più specificamente critica ha inizio con una accurata e puntuale indagine dell’opera di Edmondo De Amicis, a cui è dedicato un intero e dettagliato capitolo, nel quale si colgono i vari elementi che connotano l’approccio al tema, che oscilla tra curiosità e sentimento di pietà, tra inclinazione pedagogica e senso di insanabile diversità con la sensibilità degli emigranti osservati in presa diretta Sull’Oceano e descritti in una varietà di toni narrativi e di soluzioni stilistiche che tradiscono una destinazione facilmente individuabile nella classe borghese di fine ‘800. Un intero capitolo è dedicato all’analisi del tema dell’emigrazione nell’opera di Pascoli, con particolare riferimento al poemetto Italy, il cui nucleo ideologico è individuato da De Nicola nell’antitesi progresso-malattia e nell’equazione civiltà contadina-salute, ricondotte persuasivamente entro le linee della più generale poetica pascoliana. All’emigrazione come doloroso e umiliante fenomeno di sradicamento, Pascoli oppone la possibilità di riscatto nel pur duro lavoro dei campi nei confini della propria terra, in una prospettiva in cui il suo nativo e umanitario socialismo finirà ingenuamente con il fiancheggiare le tesi dei più aggressivi nazionalisti. L’indagine in territorio novecentesco s’inaugura con Pirandello, la cui novella L’altro figlio viene relazionata all’incremento del fenomeno migratorio a cavallo tra ‘800 e ‘900, con inedite implicazioni sociali, quali le reazioni avverse dei possidenti privati delle braccia dei più giovani nel lavoro dei latifondi. Ma, con riferimento al tema opzionato da Pirandello, il critico sottolinea efficacemente come esso sfugga ad una trattazione in chiave sociologica, costituendo “lo sfondo per una vicenda di abbandono, di solitudine, di morte e di follia”, capovolgendo, in tal modo, “il messaggio nazionalistico e salvifico pascoliano”. La visuale pirandelliana, poi, è originalmente orientata non tanto verso chi parte, ma verso chi resta, con particolare attenzione alla condizione e alla reazione delle donne, che vivono la partenza degli uomini (mariti e figli) come lacerante esperienza di vuoto e di mutilazione. Ma la fenomenologia (e)migratoria presenta molti altri aspetti e conformazioni, che De Nicola ha il merito di cogliere e di distinguere nella varietà delle sue distinzioni e delle sue molteplici sfumature e periodizzazioni, con uno scrupolo e una precisione degni di nota, che predispongono il materiale ad ulteriori proficui approfondimenti.



Francesco De Nicola, Gli scrittori italiani e l’emigrazione, Formia, Ghenomena, 2008

Clara Noli

Fin dalle prime pagine di presentazione di “Gli scrittori italiani e l’emigrazione” l’autore sottolinea come il fenomeno dell`emigrazione italiana sia stato spesso rimosso dalla nostra coscienza collettiva, tanto da essere affrontato in letteratura soprattutto “negli ultimi decenni del Novecento, e cioè quando ormai esso aveva cessato di essere un fenomeno massiccio e problematico per milioni di italiani e dunque era ormai rimosso dalla nostra contemporaneità e anzi, vissuto ora dall’altra parte nella condizione di chi ospita”. L’emigrazione italiana è quindi un tema spesso soltanto sfiorato da scrittori e poeti (nel libro vengono citati anche alcuni personaggi e situazioni più 0 meno marginali, come la partenza di Ada per l’Argentina in La coscienza di Zeno o la vicenda che crea le premesse per il romanzo Novecento di Alessandro Baricco), ma c’è stato anche chi ha scelto questo argomento come soggetto principa- le di romanzi, racconti e poesie, Francesco De Nicola, pur corredando il suo lavoro di copiosa in- formazione storica, propone quindi una prospettiva prevalentemente letteraria dell'Italia emigran- te, che si imponga per “caratteri di originalità e con qualità di scrittura”, a partire dalla seconda me- tà dell'ottocento, da quando cioè l’emigrazione diventa un fenomeno di massa, fino ai giorni nostri. Lo studioso si sofferma dapprima sulle varie tipologie di viaggio, risalendo all’etimologia del latino medievale che rimanda a uno strumento di tortura; troviamo quindi un significato origina- rio del viaggio come esperienza di sofferenza, declinata nelle varie forme (tra cui l’esilio, presente già in esergo al libro con la citazione dantesca «Come sa di sale lo pane altrui») precedenti all’esperienza contemporanea, che anche quando non può essere gradevole e vacanziera, è per lo più confortata da un possibile e previsto ritorno. L’emigrazione moderna di massa, invece, nelle varie modalità qui approfondite, «crea una frattura non ricomponibile e lo stesso ritorno non sarà che un’illusoria riappropriazione delle origini e di sé», come testimoniano, per esempio, alcuni personaggi di Cesare Pavese. E comunque lo stesso ritorno è (stato) spesso davvero soltanto un'illusione, soprattutto nelle emigrazioni transoceaniche, come viene chiarito anche dai numerosi dati statistici presenti nel libro. Tra i primi e più noti autori che si sono occupati dell'emigrazione troviamo Edmondo De Amicis, che in Sull’Oceano osserva e descrive, da una prospettiva privilegiata, ma sinceramente partecipe, la folla di emigranti imbarcati con lui sul piroscafo che da Genova li porterà in Argentina. Viene sottolineata l’attenzione di De Amicis per quel microcosmo di poveri accomunati da «una si- tuazione di inquieta attesa tra la partenza dai luoghi familiari delle sofferenze e l'arrivo nei luoghi ignoti della speranza», ma inevitabilmente isolati nella «conoscenza esclusiva del proprio dialetto […] nel timore che, dietro le sconosciute parole in italiano o in un altro dialetto, si nascondano temibili insidie o, più semplicemente, che sia impedita la comunicazione anche su argomenti di ordinaria quotidianità». Le riflessioni sulle difficoltà linguistiche degli emigranti/'emigrati costituiscono uno dei possi- bili percorsi di lettura di questo libro: le numerose opere studiate e citate sono infatti strettamente unite da un fitto intreccio di rimandi e confronti tra autori anche poco conosciuti. Dalle conside- razioni di De Amicis sulla comunicazione ostacolata o mancata, si può passare alle tematiche affini proposte da Giovanni Pascoli in Italy, da Mario Soldati in America primo amore e dai versi di Giu- seppe Ungaretti, Lucio Zinna e Rodolfo Di Biasio. Proseguendo con questa prospettiva linguistica, che qui si arricchisce di altre considerazioni sul piano sociale, si possono leggere le riflessioni dedi- cate alle mete tradizionali degli emigranti italiani, prima fra tutte l’America — del Nord e del Sud —, proposta in numerose varianti, tra cui «Larnerica», «Merica» e «america», segno che il paese perde i propri contorni geografici e diventa un progetto, un’illusione e un’idea per un avvenire migliore, in cui credere e sperare anche contro ogni prova di realtà avversa. Ma è pur vero che il desiderio di una vita più facile a volte si realizza: è uno dei tanti e possibili risvolti dell’emigrazione in cui, come in ogni scelta, un ruolo fondamentale è giocato dal caso. Queste varianti ortografiche della parola America suggeriscono un’altra possibile chiave di let- tura del libro, rappresentata dalla condizione femminile come soggetto sia narrante, sia narrativo. Vengono ricordate le scrittrici Maria Messina (tra i titoli dei suoi racconti troviamo infatti anche La Mèrica) e, in anni più recenti, Melania Mazzucco e Laura Pariani, della quale De Nicola cita un significativo passo tratto da Quando Dio ballava il tango, in cui una delle protagoniste accosta l’immagine della <<Merica>> a quella di un futuro vissuto e subito come la fuga e l’abbandono delle persone più care. Ma leggendo Gli scrittori italiani e l’emigrazione si scopre che già Luigi Pirandello nella novella L’altro figlio aveva affrontato il tema dell’emigrazione «dalla parte non tanto di chi lascia la patria,ma piuttosto di chi vi resta, ponendo al centro della sua attenzione una figura femminile e la sua estrema degenerazione del dolore nella follia, come a dire che sebbene l’emigrazione sia una pratica prevalentemente maschile [ ] le sue vittime principali erano proprio le madri e le mogli». Un altro percorso tematico è offerto dall’approfondimento sulle diverse motivazioni che sono all'origine dell’emigrazione: dalle cause oggettive e collettive che hanno come fattore dominante la povertà e la miseria, alle scelte private e «individuali» che caratterizzano personaggi inquieti, come il protagonista di Un altro mare di Claudio Magris, o le vicende autobiografiche di scrittori — o scrittrici- come Marisa Fenoglio in Vivere altrove. Gli scrittori italiani e l’emigrazione — cui va dunque riconosciuto il merito di aver tentato per la prima volta una sistemazione organica della produzione letteraria su questo tema — si conclude con il capitolo intitolato «Verso la fine del Novecento e oltre: molte pagine sull’emigrazione che non c’è più», in cui vengono citati, tra gli altri, alcuni versi di Rodolfo Di Biasio tratti dal Poemetto dei naufragi e delle rottamazioni, in cui si descrive «un tempo cupo», il nostro, dove l'Italia è una Merica per migliaia di persone che vediamo sbarcare. E dalle impietose immagini che quasi ogni giorno ci propongono i telegiornali, capiamo che la speranza e la disperazione di un’umanità letteralmente alla deriva si ripetono immutate nel tempo, come in un drammatico dipinto che Théodore Géricault realizzò quasi duecento anni fa.



GLI SCRITTORI ITALIANI E L’EMIGRAZIONE

L’esperienza dell’emigrazione ha riguardato, dall’Unità Italia a oggi, quasi un terzo degli italiani, eppure un fenomeno sociale tanto importante è stato affrontato solo da pochi scrittori, soprattutto nel periodo tra gli ultimi decenni dell’ottocento e la prima metà del Novecento, di maggiore intensità. Il saggio di Francesco De Nicola, Gli scrittori italiani e l’emigrazione (Edizioni Ghenomena, pp. 157), ripercorre i testi letterari che hanno trattato questo tema, mettendone in luce le diverse problematiche, le sofferenze e le umiliazioni subite dai nostri connazionali all’estero, non di rado vittime di quegli stessi pregiudizi e di quello stesso razzismo che viene talora riversato sugli immigrati che hanno scelto di vivere in Italia. L’emigrazione si presenta così ai lettori in tutte le sue angolazioni e problematiche e appare come esperienza comunque traumatica sebbene non sempre illusoria.

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