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GABRIELLA PACE, Lo sguardo nomade, Formia, GhenoMena, 2014, pp. 65.

Dante Maffia

Più volte mi è stato fatto il nome di Gabriella Pace, ma l’occasione di leggere qualcosa di suo non si era mai concretizzata fino a quando, giorni addietro, qualcuno mi ha fatto dono, senza fare nessun commento e nessuna “raccomandazione”, de Lo sguardo nomade. Una grande, bella sorpresa! Perché libri così ariosi, densi, misurati e perfettamente chiusi in un dettato chiaro e persuasivo sono davvero rari. E rara è la “saggezza” che vi si respira, tanto che si ha l’impressione di essere immersi in una sinfonia di aforismi che però sfuggono a qualsiasi tentativo di moralismo e corrono veloci verso le radure della poesia, cioè della libertà. Gabriella ci introduce ai suoi versi con una citazione da Emily Dickinson (“Vedere un cielo estivo è poesia, / anche se nessun libro la contiene. / La poesia vera è fuggitiva”) e non è difficile, a cominciare da Mi piace aprire un cassetto, renderci conto che in effetti la nostra poetessa si muove dentro le medesime coordinate, cioè nel sacro rispetto della parola, evitando lo spreco, gli antefatti e i circoli viziosi che spesso uccidono l’espressione. Ogni cosa è detta con la ricca parsimonia, mi si passi l’ossimoro, per farci intendere che lo sguardo, seppure nomade, sa analizzare e individuare, fotografare per offrirci l’essenza di ciò che coglie. Del resto una che sarebbe capace di “volare / su un filo di profumo” dà assoluta garanzia delle sue qualità prensili. Ma attenti, per Gabriella Pace non è l’apparenza che conta, ma il suggere nell’invisibile (Rilke diceva che i poeti sono api dell’invisibile), scavare là dove sembra che non ci siano possibilità di trovare indizi (“Sanno i giardini / che hanno la fortuna / di ospitarle / quali ebbrezze regalano / fioriture tardive?) per incontrare le sorprese nascoste dietro la foresta intricata di simboli, come diceva Baudelaire. Pagina dopo pagina è come entrare di continuo in stanze diverse ma che appartengono a un unico appartamento, quello della vita. E c’è un crescendo di spazi e di analogie che si dipanano in luminose metafore ancorate agli elementi primordiali con cui l’uomo, fin dalle origini ha dovuto convivere e combattere. Non inganni il filo esile del canto esplicitato quasi sussurrando, non inganni la parsimonia e il rifugiarsi nei suoni delle rime e nelle accensioni subito spente, il libro è denso e compatto ed è per questo che viene quasi facile a Gabriella assumere “tutti i rischi / della chiaroveggenza” in modo che “l’indistinto che aspira a divenire forma” non sia soltanto una mera enunciazione, ma sia risorsa per non soccombere nella dissolvenza e nella vaghezza. Barbare Carle suggerisce una lettura dei testi molto affascinante, ma mi permetto di dire che non è la sola che si possa fare, perché Lo sguardo nomade, proprio perché “nomade”, si arricchisce di continuo e quando ritorna sui luoghi (della quotidianità, della memoria, del desiderio) non afferra le stesse sensazioni, non percepisce le stesse emozioni. Comunque non c’è in Gabriella la necessità di farsi identificare nell’area dell’espressività orientale, il suo dire e la sua parola sono frutto di esperienze nate dallo scontro con la civiltà occidentale dentro la quale ella si muove nonostante. Da qui alcuni sintomi di malessere, alcuni barbagli d’angoscia con le conseguenti abbaglianti aperture verso l’infinito (“I miei pensieri sono nati / nelle braccia di un solco / nell’armonia di un grido / nella gola di roccia / e nella goccia / sottratta al mare / la nera cataratta / che tu dici grandiosa / nei sogni / dove la mia notte riposa / nel desiderio ordinario / di farti una carezza”.



Cara Gabriella,

in questi giorni ho letto il tuo libro a piccoli assaggi qua e là, e poi tutto intero. Mi sono convinto ancora di più che se ci sono valori nella letteratura italiana di oggi, essi sono presenti in forze nella poesia. Mi tocca la tua dichiarata capacità di sorprenderti, quello stupore che appare più volte nella tua poesia, lo stupore sempre rinnovato di uno sguardo nomade. Sì, come dice la Dickinson che poni a esergo, la poesia vera è fuggitiva. Si tratta di coglierla in questa fugacità, e tu la cogli in una miriade di momenti epifanici, spesso legati a fenomeni “incorporei”, come il vento o la nuvola (quanto vento nei tuoi versi), ma anche a continue discese nell’io, che acquistano nella tua scrittura la consistenza di solidi cristalli. E penso appunto al cristallo, alla sua struttura molecolare, che in un modo che non so ben spiegare questi tuoi versi evocano, composti come sono in strutture lucide e lucenti. Il tuo è un libro da tenere accanto, come una sorta di Libro d’Ore. Grazie per avermelo dato, un forte abbraccio, spero di vederti presto.

Francesco Tarquini


Mobirise

Da "America Oggi" del 21 Dicembre 2014

Articolo di Rodolfo Di Biasio

Mobirise

Gradiva, International Journal of italian poetry

Number 47, Spring 2015