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Rodolfo Di Biasio, tutte le poesie

tutte le poesie

Sui vent’anni ho scritto Niente è mutato, che non compare in questa pubblicazione se non in appendice perché ha costituito per me solo l’apprendistato della poesia, è stato una sorta di laboratorio. Studiavo greco e latino, leggevo poeti antichi e moderni, vivevo le ansie di una malattia che mi aveva tenuto in scacco per due anni a cui si aggiungeva l’esperienza di un viaggio in America che doveva essere di emigrazione e non lo fu. Le poesie sono spesso ingenue e a volte de-nunciano in modo esasperato il senso di una ricerca espressiva che pure mi è poi servita, ma sono molto lontane dall’itinerario in cui mi riconosco e che questa raccolta vuole raccontare. 
In questo senso il mio primo libro è Poesie dalla terra del 1972. Poesie dalla terra è suddiviso in tre sezioni il cui ordine è inverso rispetto alla data di composizione: l’ultima sezione della raccolta, Tre canti per Mosè, fu scritta nel 1960 sotto la suggestione da un lato del racconto biblico della liberazione e dall’altra del viaggio di riscatto che noi, usciti dalla guerra, dovevamo affrontare. Riconosco oggi nel testo un tono talvolta enfatico e in parte ancora incerto. Le poesie raccolte nella seconda sezione, L’Eliso non è più, nascono da un ripiegamento su un sentimento soggettivo di perdita, che era perdita anche del mondo rurale e del rapporto con la natura. Scrissi la prima sezione, Caino 1970, negli anni delle lotte politiche e insieme della conquista della luna, eventi in cui cercai di cogliere l’aspetto meno legato alla cronaca. Un tempo di inquietudini e di scelte. 
I primi testi del libro successivo Le sorti tentate del 1977 sono col-legati agli ultimi della raccolta precedente. Infatti ero preso dal senti-mento contraddittorio delle trasformazioni antropologiche. Nel frattempo continuavo ad insegnare ai giovani ed erano nati i miei figli. In qualche modo volevo trovare una strada per parlare a loro, a quelli di dopo, per raccontare, per trasmettere il senso del dubbio sul mistero che ci accompagna nella quotidianità. In questa necessità di tentare una possibile comunicazione ritrovai il trauma infantile della guerra che avevo patito a sette anni e che in qualche modo perdeva ora la sua struttura autobiografica. Mi servii più consapevolmente di citazioni da poeti antichi e contemporanei convinto che le parole e tanto più le parole poetiche, una volta pronunciate, diventano materiale per altri. “La poesia scrive riscrive la sua storia” suona uno dei versi delle Sorti. Non detti titolo alle poesie, perché ogni interruzione rischiava di togliere energia al libro. 
I ritorni del 1986 nacque da un lavoro durato nove anni che fu contemporaneamente di scavo e di ampliamento. Nella prima parte, Viaggio alla nuova città, non volevo più raccontare il passato personale o antropologico, ma piuttosto capire il ruolo della storia, del viaggio, e quindi del tempo nella vita di ciò che nasce e che muore. Nella seconda sezione, Ad familiares, sono presenti alcuni testi legati ad esperienze biografiche che mi interessavano come momenti, diari perciò, di un movimento tra passato e presente, tra un qui e un altrove. L’occasione dei tre testi di De amicitia fu data dalla pubblicazione di immagini di uccelli sul retro di scatole di fiammiferi e dalle frequenti conversazioni con un caro amico. Le ultime sezioni, Il tempo, L’attesa, Poemetti hanno una matrice unica anche se distribuite nell’arco di sei anni. Il tempo diventava per me protagonista assoluto, un tempo che gli elementi della natura come li avevo colti nell’infanzia e come ora mi apparivano diventavano segni di passaggi e di ritorni, storie che si muovevano senza soluzione di continuità tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, tra ciò che appartiene alla zolla e ciò che interpella le altezze siderali. Sentii la necessità di trovare una nuova struttura entro cui il frammento, i frammenti, rimanessero tali e insieme si coagulassero in una unità più ampia. Trovai la soluzione nella forma del poemetto. Così l’ultima sezione di 
I ritorni aprì per me la stagione dei poemetti. A questi si aggancia la scrittura dei sette poemetti di Patmos e dei sette di Poemetti elementari. 
Patmos del 1995 nacque dai miei soggiorni nell’isola di Patmos che ricollocavano le asprezze del paesaggio della mia infanzia nel luogo del mito e gli studi classici in un sentimento di incompletezza, di interrogazione sul transito dell’uomo sulla terra. Mi trovai ad affrontare co-me non mai la divaricazione tra la necessità e l’impossibilità di dire. La parola impotente e assolutamente potente, debole e infrangibile. Occorreva rastremare il più possibile, procedere per via di levare alla ricerca non certo della parola pura, ma della parola puntuale. 
Poemetti elementari del 2008 coglie il decennio in cui le vicende familiari arrivarono come una conferma del ruotare del tempo. Infatti a breve distanza morirono i miei genitori e nacquero in una cadenza regolare i miei quattro nipoti. Ora il lavoro di ricerca della parola in-dispensabile, l’eliminazione via via di tutto ciò che poteva essere eliminato diventò un imperativo ineludibile, a cui mi accinsi in modo maniacale. 
L’ultimo lavoro Mute voci mute del 2017 è nato da una necessità, quella di recuperare versi, intere strofe da Poesie dalla terra, Le sorti tentate e I ritorni con nuovi collegamenti in un lavoro di intarsio e di ricuciture. Ho voluto ricapitolare così una materia che aveva attraversato la mia scrittura e che le vicende di oggi rendevano drammaticamente urgente: la violenza di una umanità persa nella sua stessa storia. 

L'autore

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