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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

Simone Di Biasio

La lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…».

Cercavo un riferimento al bianco anche nell’opera della Szymborska. Avevo incontrato in un bar della mia città Lorenzio Ciufo, cortese professore di lettere, e lui mi aveva donato copia di questo suo libro, Come se tutto bianco (Ghenomena, 2016, postfazione di Domenico Adriano). Sapevo del suo amore per la poetessa polacca Premio Nobel, e con questo amore mi aveva motivato la scelta peregrina di tradurre alcune delle poesie del suo libro in inglese e in polacco (rispettivamente grazie a Barbara Carle e Anna Carrubbo). Sono stato molto stupido a non seguire le direttive del caso. Quando non ho a portata di mano un segnalibro, piego le pagine che più m’interessano sull’unico bordo superiore utile: le famose orecchie, da cui probabilmente i libri ci ascoltano e per cui ci disprezzano. Il segno stava a pagina 131 de La gioia di scrivere, Nozze d’oro: «Il sesso sbiadisce, si consumano le reticenze,/ si incontrano nella somiglianza le differenze/ come tutti i colori nel bianco». È d’amore il dipinto di Monet e questo libro di Ciufo che aspira a quelle nozze d’oro e che mi riporta alla mente pure un altro volume, Somiglia più all’urlo di un animale di Alessio Alessandrini, che ho amato e definito un libro bianco, non foss’altro che per il numero di volte in cui compare tale colore, cui l’autore sarà evidentemente affezionato. Eppure Ciufo, tra i versi, non fa il verso a nessun altro, a nessun contemporaneo e quando accade questo, è il caso di festeggiare. «S’inclina il ponte a ogni tuo movimento», ed è quello che dovrebbe accadere anche quando un poeta si esprime: attivare il ponte levatoio dell’attenzione, lasciare che quella nave passi con tutto il suo carico, con quei messaggi che arrivano da un’altra parte, da un altro mare. Ciufo, al timone, confida: «se tra me e il tuo passo corre una vita/ che non so più attraversare/ è perché ho amato e amo ancora». Una Odissea, da sempre.


Le valigie e le borse alla rinfusa

nel vagone affollato,

le teste dondolanti

al cambio di binario e pare dicano

ora sì ora no ma non lo sanno.


Ulisse, già a Itaca, è perplesso:

è quella la sua terra?

Quelle le bianche pietre, quelle

le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie,

a grani nella congiuntiva?


E io che non so che fare,

se non restare muto

al cospetto tuo, o Penelope,

al dolore, ch’io non so declinare.


Forse tu, che nel nome porti il mare.


E la musica, la musica. Ciufo è un poeta d’altri tempi che tiene a mente benissimo la lezione millenaria sul ritmo della poesia e la sua musicalità. Non mi capitava da tempo di leggere una poesia tanto sonante: «se greto sarà alla mente il tuo richiamo,/ resterà segreto che trascende/ l’alchimia dei gesti e delle frasi monche». Se greto, segreto: sono stufo di chi dice di stare attenti ai giochi di parole, che i giochi di parole sono soltanto tali. E invece proprio no. Vi pare “solo” un gioco di parole questo di Ciufo? Non trovate sapiente questo utilizzo della lingua e del verso? Emblematico in questi dedicati al figlio: «Raggi del sole che rincasa/ sfuggono alla serrata delle nubi./ Io mi ci aggrappo e mi ci impiglio/ sì come fa mio figlio al parco giochi/ tra reti e corde dell’arrampicata/ e mi sorride dai suoi anni pochi». E affiorano echi, al di là del Pascoli e del suo “fanciullino”, di Umberto Saba, di quella rima baciata dal canto ne La serena disperazione: «Ignaro nell’incanto entra il bambino,/ che giunto a pubertà dorme supino./ Là si desta, e non sa di che, fiaccato,/ e vivere vorrebbe addormentato; [che si lega a sua volta all’ “io vivere vorrei addormentato/ entro il dolce rumore della vita” di Penna, n.d.r.]/ se per sospetto le ciglia non serra,/ e in bei pensieri si slancia di guerra». Si fa persino amara la constatazione di una infanzia per sempre cresciuta, che non ci sta più addosso: «Dimmi che non sarà figlio domani/ di questo giorno piegato e riposto/ in una cassettiera come i panni/ di Nicolò che non gli vanno più./ (…) Ma ciò che voglio e posso/ non sono nati da una stessa madre». A proposito, è Pessoa che ne Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares ci conduce a riflettere sulla sapienza della “bambinezza”: «Considerando la spaventosa differenza che c’è fra l’intelligenza dei bambini e la stupidità degli adulti, a volte credo che nell’infanzia siamo accompagnati da un angelo custode che ci presta la sua intelligenza astrale e che dopo, forse con dispiacere ma per una legge superiore, ci abbandona come le femmine degli animali abbandonano i loro cuccioli cresciuti, al verro che è il nostro destino».


Il libro si chiude lapidario: «Da dove nasce questo tacere/ se non dal mio guadare l’inatteso./ Resta la mia parola/ di qua dai vostri sorrisi e vi scivolo/ gaio come il bimbo ai giochi/ la sera, dopo la funzione,/ che non se l’aspettava. Perdonate,/ senza capire, per amore». La poesia è sempre saper guardare oltre, ovvero proprio guadare, attraversare. È come se Ciufo avesse voluto rispondere alla domanda di un lettore. O meglio, forse, alla domanda di uno dei suoi ragazzi che hanno affollato la primissima presentazione del suo libro. Come se tutto, al ritorno a scuola in questo nuovo anno, fosse bianco e da ricominciare a scrivere. O se al ritorno a casa dalla città raffreddata dall’inverno «con le manine giunte pregavamo/ che il vento ingannatore non rapisse/ all’anima bambina le parole/ che il nonno ci donava al focolare».

©Poetarum silva


"Meglio se lascio scoperchiato il cuore"

A.R.

Questa raccolta che presenta poesie anche in inglese e polacco, si apre con le famose parole di Pasolini: “Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / …” ed è dedicata al padre dell’autore. Il primo verso (p. 10) recita: «Non accendete luci per favore», e il quarto: «Mi basta la memoria, quel fermo immagine». A pagina 12 troviamo questa descrizione-ricordo vitale e malinconica: «Posato ho la tua voce sul cuscino. / Mi terrà compagnia in questa notte / scura. La tua voce roca, severa. / Emanava decreti, ma leggeva / poesia. E amava. A modo suo, ma amava.»

 Tutto il libro è una tensione fra il desiderio di fare memoria degli affetti che per tutti sono fondamentali e che pure sono destinati a lasciarci o a trasformarsi e la consapevolezza della sofferenza che tale ricordo comporta; un dolore che nel bene e nel male ci cambia e cambia la nostra percezione del mondo («… È la vita di dentro / che dipinge il mondo.», p. 36), per cui lo stesso: «Ulisse, già a Itaca, è perplesso: / è quella la sua terra? / Quelle le bianche pietre, quelle / le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie, / a grani nella congiuntiva?» (p. 16).

 Tante le immagini che costellano come punti-luce di forza e bellezza questa silloge: «Di ore donami un container.» (p. 20); «Con le manine giunte dicevamo / preghiere che non capivamo / come dialetto d’un paese / straniero. E alle parole legavamo / pensieri liberi, lingua del cuore.» (p. 25); «Hai il potere dell’innocente fare, / la virtù del non detto che fa male.» (p. 29)

 Già da queste brevi citazioni, si rileva la musicalità sobria dei versi (spesso endecasillabi e settenari, anche doppi come a pagina 32: «Bussare alla tua porta come bussarmi dentro.») e l’auspicio di trovare nelle parole poetiche quegli strumenti potenti e proteiformi che ci permettono di leggere la realtà nel suo tessuto complessivo (e sorprendentemente bello nonostante tutto): «Sì ai colori diversi, ma le tessere / rimangano a posto e tutto quadri.» (p. 38); «Raggi del sole che rincasa / sfuggono alla serrata delle nubi. / Io mi ci aggrappo e mi ci impiglio / sì come fa mio figlio al parco giochi / tra reti e corde dell’arrampicata» (p. 40); «… Ops, dimenticavo / di mettere il coperchio sulla pasta / che riprenda l’acqua il suo bollore. // Meglio se lascio scoperchiato il cuore.» (p. 48); «Se scrivo nel buio, la mano è più libera / sul foglio, dove le righe non tengono / e il campo s’apre senza confini, / come se tutto bianco.» (p. 52).

 In fondo il poeta è un agricoltore che ha raccolto e selezionato con cura i semi per spargerli con sapienza e amore lungo il solchi del silenzio… il campo bianco che a loro permette di dar frutto e a chi lo “ascolta” di far vibrare la propria anima in empatica e amorosa sintonia: «Da dove nasce questo mio tacere / se non dal mio guadare l’inatteso. / Resta la mia parola / (…) / … Perdonate, / senza capire, per amore.» (p. 54).

Farapoesia bigspot.com, 21 gennaio 2016




Come se tutto bianco, il nuovo libro di Lorenzo Ciufo

Cinzia Demi

Conosco Lorenzo Ciufo da diversi anni per un incontro fortunato al Festival della Fiaba di Campodimele, dove entrambi eravamo ospiti con nostri lavori. Lorenzo è una persona dolcissima, dotata di grande umanità e sensibilità. Da subito siamo diventati ottimi amici, cercando occasioni di scambio, incontro, condivisione poetica. In seguito dell’uscita del suo libro La casa nuova, curai un breve articolo di presentazione per la rivista Parole del Laboratorio di Parole del Circolo La Fattoria di Bologna, rivista che allora dirigevo. L’articolo diceva questo: (iniziando dalla nota sul libro di Adriano Petta) “Tutte le poesie, senza escluderne nessuna, possiedono la bellezza della semplicità, una purezza cristallina: è come se fossero state scritte con un filtro magico, come il mare che accetta tutti i liquidi veleno si e inquinanti dell'uomo... e filtra e depura tutto, e torna sempre pulito, per preparare la nascita di una nuova creatura." E continuando con un mio commento: “[…] Del suo lavoro (Lorenzo Ciufo) dice che è stato particolarmente ispirato dall’ascolto di canzoni tratte dagli album di Kay McCarthy - artista irlandese, italiana di adozione, che da oltre trent’anni è portavoce della tradizione musicale d’Irlanda -.

Quella di Lorenzo, a mio avviso, è una poetica che si rifà molto al Palazzeschi crepuscolare, cercando di elevare a materia della poesia la vita quotidiana nei suoi più dimessi e banali aspetti, priva di ogni ornamento e libera dal peso della tradizione. C’è quasi un bisogno di essere compianto e di realizzare una confessione, un essere insoddisfatto che cerca però solo tranquilli angoli del mondo e luoghi conosciuti dell'anima in cui rifugiarsi. Nei suoi testi spesso non vengono disdegnati tratti ironici o termini della lingua dell’uso sostituiti al sospiro elegiaco. Il risultato è un verso libero con uso d’interpunzione interna, che non disturba il ritmo narrativo ma lascia al lettore il tempo di riflettere.”

Adesso, a distanza di cinque anni, Ciufo esce con questo nuovo libro che, già dal titolo, Come se tutto bianco, si presenta molto emblematico, inducendo a riflettere come sembri portare a un’inversione di rotta, a un mutamento di struttura formale ed emotiva, ad una maturazione - in senso generale di crescita, come cambiamento - dell’autore. Il libro è arricchito da alcune traduzioni in inglese e polacco.

La similitudine del titolo, lasciata a metà, da Lorenzo Ciufo, in Come se tutto bianco, induce il lettore a predisporre la propria attenzione nei confronti del libro in una dimensione di attesa, di aspettativa, di necessità di comprendere in che modo l’autore affronterà, esplicherà, darà corpo all’incipit del suo lavoro. Il titolo di un libro, non è certo un mistero, è semplicemente uno degli elementi fondamentali, non sempre azzeccati, ricercatissimi dagli autori, specie in poesia, laddove tutto deve quadrare in una sintesi tra significato e significante che, proprio a partire dal titolo, sia in grado di dire anche il non detto, di far intuire anche ciò che sta dietro e dentro alle parole.

Ecco allora che, Come se tutto bianco, già dalle sue prime pagine, non tradisce affatto il lettore e rende conto, non solo del titolo ma delle intenzioni, della visione, della poetica di Lorenzo Ciufo tutta tesa ad un approccio fatto di versi gentili, lievi come carezze sul foglio, eppure intensi e vibranti, in un’assonanza di memorie, di riferimenti e citazioni assonanti dotte, a loro volta capaci di identificare il percorso culturale dell’autore stesso. Il bianco è, in effetti, il colore dominante in queste pagine. Ciufo, come Emily Dickinson, sembra sentirsi legato al colore bianco da un profondo sentimento di empatia, come se questo potesse considerarsi una sorta di emblema di un vuoto vitale, di un infinito incalzare di passioni così grandi, da renderlo un simbolo di energia pura. Il bianco, anche nelle sue accezioni di luce, chiarità, chiarore, compare in moltissimi testi a identificare quasi un percorso necessario di luminosità e chiarezza che non ha solo a che fare con l’elemento esteriore ma, certamente, con i sentimenti e le vicende raccontate, attraverso e le immagini e le tonalità descrittive dei versi.

Versi, nei quali vengono raggiunti, in certi passaggi, momenti di altissimo coinvolgimento emotivo laddove la cifra stilistica dell’autore si incontra con i testi dedicati al figlio Nicolò (Raggi del sole che rincasa/sfuggono alla serrata delle nubi./Io mi ci aggrappo e mi ci impiglio/sì come fa mio figlio al parco giochi/tra reti e corde dell’arrampicata/e mi sorride dai suoi anni pochi); ai ricordi dell’infanzia e della giovinezza (E alle parole legavamo/pensieri liberi, lingua del cuore./ Fuori il vento soffiava sulla piazza/polverosa di invidie e maldicenze […] Con le manine giunte pregavamo/che il vento ingannatore non riaprisse/all’anima bambina le parole); ai congedi e alle partenze (Dal treno/per Bruges di luce non un riso,/non un grido di colore dai campi/oltre la vetrata […] E’ la vita dentro/che dipinge il mondo./Tocco la mia/solitudine).

Evidenti i rimandi ai grandi maestri del ‘900: da Pascoli (il richiamo discreto della lucciola,/quel pigolio di luci sulla soglia/dell’estate) a Caproni (Nella battuta sciatta di congedo/al viaggiatore stando alla discesa/del treno – un tenue filo ancora/che lo lega all’ora produttiva – quanto amore della vita pieno.); da Ungaretti (Quelle casette in fila sembrano/i miei giorni) a Montale (un sospiro di mare./il silenzio tagliava l’aria fredda/come chiglia di nave./Alla murata/schiaffi di tramontana); senza dimenticare certe sfumature di romanticismo leopardiano (Di notte, all’ombra della casa, dove/la luna lagrimosa non mi vede,/un brulicar di lucciole) e i grandi classici come l’Odissea, rivisitata in termini contemporanei (Ulisse, già a Itaca, è perplesso:/è quella la sua terra?/Quelle le bianche pietre, quelle/le sabbie,/asciutte, calde, nelle unghie/a grani nella congiuntura?)

E, infine, tutto quel chiarore menzionato, tutta quella luce necessaria ma, anche, vista come elemento di disturbo viene, a volte, rinnegata, come se accecasse la necessità di raccoglimento dello scrittore, come se annebbiasse, distogliesse per il troppo rendere tutto esplicito, da una consapevole concentrazione, l’operato stesso del poeta che arriva a desiderare il buio, per poter vedere meglio dentro se stesso e concedersi alla scrittura: Non accendete luci per favore./Non ne accendete: al buio vedo meglio; e ancora, nel testo eponimo: Se scrivo nel buio la mano è più libera/sul foglio […] come se tutto fosse bianco./Scrivo nel buio e la mano vaga.

Dunque, in un alternanza di chiaroscuri, conosciamo un autore dai toni limpidi ma accesi, che finemente sa cesellare un pensiero che si incontra con la poesia, un verso che scorre in struttura libera ma che contiene al suo interno, tutta l’evidente conoscenza degli strumenti retorici e stilistici della poesia. Un plauso allora a Lorenzo Ciufo, che ritorna sulla scena poetica contemporanea con un lavoro che, giustamente segnaliamo, per l’efficacia degli intenti e dei risultati ottenuti, grazie all’amore, alla passione e alla grande disciplina con cui ha saputo dedicarvisi.

Alcuni testi da: Come se tutto bianco


Non accendete luci per favore.

Non ne accendete: al buio vedo meglio.

Servono infatti occhi per discernere?

Mi basta la memoria, quel fermo immagine.

Come legno di rovere imbevuto.


E io non sono più quel foglio bianco.


*****


Le valigie e le borse alla rinfusa

nel vagone affollato,

le teste dondolanti

al cambio di binario e pare dicano

ora sì ora no ma non lo sanno.

Ulisse, già a Itaca, è perplesso:

è quella la sua terra?

Quelle le bianche pietre, quelle

le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie,

a grani nella congiuntiva?

E io non so che fare,

se non restare muto

al cospetto tuo, o Penelope,

al dolore, ch’io non so declinare.

Forse tu, che nel nome porti il mare. 


*****


Sei figlia della terra e del castagno.

Divinità silvana, attraversi la mia notte.

La tua pelle di luna faro

del viandante smarrito agli occhi.

Umili le mie parole al tuo passo

nudo come tappeto di foglie.

Nel tuo nido di carta una vita

da schiudere. E di te mi parla il vento

che questo mio nuovo anno accarezza;

della tua anima, che sa di muschio

e mi stordisce e placa. Ora tu dormi,

ignara del male che fai, del bene

che sei. Ignara del futuro

che hai chiuso in uno scrigno.


*****


La vita, costruiscila, se vuoi,

col goniometro e il compasso. Se puoi,

tira pure una riga per il centro

che in parti uguali ti divida il foglio.

Ossia, se preferisci fantasia,

prendi pure il tangram,

per riportarlo al punto di partenza.

Sì ai colori diversi, ma le tessere

rimangano a posto e tutto quadri.

Lontano il sentimento, che squaderna;

che lo strumento accanto tutto squadri.


*****


Se scrivo nel buio, la mano è più libera

sul foglio, dove le righe non tengono

e il campo s’apre senza confini,

come se tutto bianco.

Scrivo nel buio e la mano vaga

illudendosi un cammino,

ma perde la misura

e le parole, calligrafia

non mia, salgono e scendono la pagina,

disegnano parabole, dorsi

di colline.

Spegnete quei display. Coprite

la targa per l’uscita di emergenza

che senza occhiali pure riconosco.

Come coperta questo buio,

artificio scavato nella roccia.

Gli occhi non mi bruciano più.


Bologna, 13 novembre 2016                          




Riflessione sul libro di poesie di Lorenzo Ciufo,

Come se tutto bianco, Ghenomena edizioni, Formia 2016

Michele Graziosetto

Lorenzo Ciufo, in questa sua seconda esperienza poetica (Come se tutto bianco), ha mutato decisamente registro. Si è fatto guardingo, ha centellinato le parole, le ha sottoposte ad un vaglio severo, ha evitato ogni lusinga della nostalgia, ha lucidamente guardato la sua realtà enucleandone gli aspetti collegati ad un pensiero autentico di vita. La quotidianità dei giorni s’intreccia a sussulti di emozioni e riflessioni esistenziali (…Se talvolta mi pare di vedere/ me come spoglia all’albero sospesa/sarà perché non so/ di aver saputo scegliere/) (p. 49) (…Quale nostalgia per chi nel disincanto/ non ha ancora chiuso gli occhi – o il cuore –/ e si perde a guardare questi due/ seduti qui di fronte nell’attesa/ e non capisce se parlino d’amore/ tra le altre cose intese/.)(p. 19). A tratti, si avverte nel fluire dei versi la tentazione dell’A. ad abbandonarsi toto corde nello spazio poetico dell’immagine vissuta con pienezza di luce (L’ora era quella/ del crepuscolo; un sospiro di mare/) (p.24). Oppure a recuperare, in un improvviso flash back, esperienze di vita incancellabili (Con le manine giunte pregavamo/ che il vento ingannatore non rapisse/ all’anima bambina le parole/ che il nonno ci donava al focolare/) (p. 25). L’Autore non offre il fianco alla solitudine che lo assedia (…Posato ho la tua voce sul cuscino) (p. 12) (Fare lo slalom fra le scarpe vecchie/sul pavimento sparse alla rinfusa/ cercando una camicia da stirare/…) (p. 26), al cruccio di un dolore che vorrebbe trasbordare (…Tu non senti/ quest’odore/) (p. 14) (…Buia è la notte/ per chi la chiude in una stanza…) (p. 34); (…Giugno/ e non ci sei./ Ma qui la terra grida/) (p. 47), all’amore perduto (…e dichiarava nostalgia d’amore./ Almeno così pareva al cuore/ innamorato. Poi venne la sera./) (p. 44), ma, nel ritmo incalzante dei versi, la sua voce di canto si fa scudo con la parola asciutta, appena sillabata, guardinga, che bordeggia ora il rimpianto per l’emozione non confessata, ora il sentimento di una nuova speranza d’amore (…E di te mi parla il vento/…della tua anima, che sa di muschio/ e mi stordisce e placa…/). Lorenzo sa anche cogliere l’attimo del gioco spensierato (ma sottilmente agrodolce) per la sua momentanea solitudine (…Fare la spesa bio, e l’insalata/ e la verdura. Le due fette di pane/ vanno tostate…), il tutto giocato sul binario della celia suasivamente leggera e disinvolta (Non fa niente se mi arrangio…Ops, dimenticavo/ di mettere il coperchio sulla pasta/… Meglio se lascio scoperchiato il cuore) (p. 48). I registri dell’anima di Lorenzo Ciufo riescono ad irretirci per quel suo vissuto nascosto e al tempo stesso appena percettibile tra un riferimento di vita notturna ( un brulicar di lucciole) o un cenno di gioiose attese (E d’amore parlavano le labbra). Egli è consapevole del breve sussurro della gioia, ha compreso che la vita, in fin dei conti, si racchiude in pochi raggi di sole, quelli che sfuggono alla serrata delle nubi. Perciò è bene impigliarvisi, viverli intensamente con gioia simile a quella del figlio al parco giochi. L’importante è ricominciare sempre, rituffarsi nell’alba di partenza, superando le parvenze mute, la nebbia, la duna più alta, riprendersi il cuore dall’armadio. Quello che davvero conta è amare ancora, perché è la vita di dentro che dipinge il mondo, anche se tutto intorno a noi congiura a costruire solitudini o la vita col goniometro e il compasso. Lorenzo ha un senso autentico della parola libera, sa essere schietto nella comunicazione delle sue sensazioni, dei suoi ripiegamenti, dei suoi intimi tremori, delle sue gioie di padre. Ed è lettura godibile lo spoglio fraseggio pur risolto in eleganza formale, in cui non è raro cogliervi il brivido di una creatività senza tempo.

Scauri gennaio 2017



Lorenzo Ciufo: Come se tutto bianco

Alessandro Izzi

Ci sono poeti che in qualche modo “impongono” una visione del mondo.

Per loro il verso è marmo, da modellare con martello e scalpello e poi da levigare con pazienza, nella sua forma piena, lucida abbastanza da abbagliare. Per loro scrivere ha un peso specifico fatto di scatti lapidari e ogni rigo si porta dentro (e porta addosso a chi legge) l’impressione, non solo che sia l’unico possibile, ma anche che sia l’ultimo e che dopo c’è un “non più oltre” che chiude i conti anche se non dà risposte certe.
Ci sono poi poeti che, invece, “suggeriscono”. Per loro il dialogo col lettore è tutto un intessersi di suggestioni piccole, di versi ricamati con sapienza aracnide, di piccole epifanie che si schiudono (e ci schiudono) con inesausta dolcezza.
Si tratta di una poesia detta a mezza voce, discreta, che quasi chiede scusa del suo rompere così il silenzio, ma che resta consapevole della sua implicita importanza.
Chiede le stesse cure di chi scrive sfidando la pietra, ma ha piuttosto la pazienza del filare e la gentilezza dei modi garbati di una persona che sa ascoltare prima di parlare.
Così è la poesia di Lorenzo Ciufo: una poesia di tessuti damascati, una poesia che accarezzi morbida, sentendone sotto le dita la trama profonda e l’insospettata precisione in rilievo. Una poesia in cui percepisci, negli amati endecasillabi quasi nascosti nella libertà del verso, un’inesausta nostalgia della metrica tradizionale che magnifica il suo bisogno segreto di musica. Soprattutto una poesia che intesse un dialogo profondo col proprio lettore, esortandolo ad andare oltre la posizione supina di chi si limita a dar voce e ritmo a un suono immaginato da altri.

Lo si capisce sin dal primo verso che è esortazione e invito:

Non accendete luci per favore.

Un endecasillabo, appunto, che chiede, nel verso, buio e silenzio. Non proclami, quindi, né dichiarazioni di poetica, piuttosto un verso che si confonde nel tutto bianco della pagina, e che più che guardare con sgomento o timor panico, il silenzio che lo precede, lo vede piuttosto come condizione essenziale del poetare. Perché il silenzio viene prima del suono, come il buio è accoglienza della luce.
L’invito a entrare in una stanza tutta per sé è, quindi, che si fa invito al tacito rispetto di una condizione esistenziale che chiede comprensione:

Non ne accendete: al buio vedo meglio.

In queste poche parole già leggiamo l’umiltà e l’ammissione di un limite che può diventare, se solo lo vogliamo, un punto di forza, leva possibile per un percorso di crescita interiore che cambiandoci, può anche ambire a cambiare il mondo nel quale viviamo.

Se scrivo nel buio, la mano è più libera

sul foglio, dove le righe non tengono

e il campo s’apre senza confini,

come se tutto bianco.

Una vera e propria vertigine leopardiana, insomma, che non ha più nemmeno bisogno della siepe per spalancarsi all’intuizione di un infinito che è tutto chiuso nella fantasia immaginante dell’io lirico.

Servono infatti occhi per discernere?

si chiede Ciufo sapendo che è proprio questa la domanda necessaria, ancorché retorica. Non a caso di foscoliana memoria, con tutto il suo carico di rimandi agli amorosi sensi che illuminano la vita:

Mi basta la memoria, quel fermo immagine.

Come legno di rovere imbevuto.

Perché è nel passato, agli occhi del ricordo, la prima possibilità di cominciare a capire. Una consapevolezza, questa che fa di questo libro prima di tutto un libro di radici e di memorie da cui è necessario partire se davvero si è in cerca di futuro.

Un futuro da indovinare senza fretta, con l’occhio abituato all’oscurità della condizione esistenziale, ma che si può toccare con le mani, a tentoni, come fanno i ciechi che, proprio perché non vedono, forse, vedono meglio. Suggestione arcaica, quest’ultima, che viene dal mito ellenico, da quel passato che respira nel paesaggio del basso Lazio, terra di confusione tra la Grecia che premeva da sud e da quella Roma che ne avrebbe preso il posto.

Ulisse, già a Itaca, è perplesso:

è quella la sua terra?

Quelle le bianche pietre, quelle

le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie,

a grani nella congiuntiva?

Riferimenti culturali, quelli che impreziosiscono le liriche, che stanno discreti in un versificare leggero, a caccia di un quotidiano che confina con la banalità del vivere, ma ha, in realtà, tutto il senso di una cultura che non ha ancora reciso del tutto i legami con la terra. Un mondo fatto di piccole cose, di momenti semplici, in cui si mangia ancora mettendo sulla tavola cibi ancorati ai cicli stagionali e in cui lo stesso riunirsi intorno a un tavolo ha il sapore di un rito antico, non ancora fagocitato dalle frette cittadine e della corsa forsennata del mondo moderno. Un mondo in cui ci si può, volendo, dividere il pane o l’acqua o, forse ancora, un bacio.

In questo modo l’inattualità del riferimento culturale diventa uno con l’inattualità del mondo dei padri, mentre la silloge si colloca al confine tra quello e la realtà dei nipoti, quando l’io lirico non può fare a meno di interrogarsi sul significato dello scoprirsi genitore nella funzione di un passaggio di consegne tra radici e foglie. Di qui anche il senso della dedica al padre, mentre la citazione pasoliniana che apre le danze (discrete davvero come pavane) rilancia al presente anche la memoria del passato. Perché quel che conta non è aver amato, ma amare tuttora, come è necessario non smettere di conoscere arrendendosi alla sola consolazione dell’ “aver conosciuto”.

E così le liriche si riempiono di

…valigie e borse alla rinfusa

e di

…jeans un po’ consunti

laddove le ombre fuggitive delle nuvole nel paesaggio brullo dei monti vicini al mare diventano anche immagini di una giovinezza forse mai perduta veramente, forse ancora viva.

Come se tutto bianco è, quindi, senza che tu te lo aspetti, un libro piccolo nel quale perdersi. Ed è anche per questo che l’autore evita la tentazione di dare un titolo alle varie liriche che lo compongono, come a voler lasciare al lettore la possibilità di smarrirsi nei sentieri della propria memoria che è tanto simile eppure diversa a quella di chi scrive.

Sta tutta qui la bellezza discreta di un libro che si scopre un po’ per volta e poi, come le cose migliori della vita, non ti abbandona più.


http://emotionpictures.altervista.org

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